Riflessioni tra mito, geopolitica e memoria
“Timeo Danaos et dona ferentes.” “Temo i Greci, anche quando portano doni.” Così Virgilio fa parlare Laocoonte, che guarda il cavallo lasciato dai Greci sulle spiagge di Troia. E io, oggi, guardo Gaza. Non la guerra — quella è troppo grande per le mie parole — ma le verità confezionate che ci girano attorno.
Chiariamo subito: non sono contro Israele, sono pro Gaza. Difendo il diritto di un popolo a non essere ridotto a bersaglio retorico, a non essere travolto da narrazioni tossiche che confondono l’aiuto con l’invasione, la solidarietà con la propaganda.
Il web si è infiammato per le parole del ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, che ha dichiarato che saranno trattati come terroristi. Apriti cielo. Ma io non voglio gridare vendetta. VOGLIO capire.
Ci sono enti come FAO e UNICEF che operano in zone di conflitto sotto la protezione di una biblioteca di leggi internazionali, tutte partorite dal Palazzo di Vetro. Ma la Global Sumud Flotilla? Si muove per scopi umanitari, certo. Ma se non è autorizzata, è semplicemente una flottiglia di navi che potrebbero invadere, con la scusa di portare aiuti.
Le navi che si avvicinano non portano solo viveri, ma anche simboli. E i simboli, si sa, pesano più del carico. (Mio nonno diceva che, nella Prima guerra mondiale, i treni ospedale venivano risparmiati. Nella Seconda, invece, quando si scoprì che trasportavano anche truppe e munizioni, furono attaccati senza tregua. La neutralità — come la speranza — è fragile, quando la guerra cambia forma.)
Non voglio speculare su certe voci che vedrebbero tra gli organizzatori membri di Hamas o altri gruppi terroristici. Non sono confermate. E come diceva mia nonna:
“Non dire A se non conosci l’intero alfabeto.”
Mi viene in mente Dunkirk. La flotta civile che partì per salvare i connazionali bloccati in Francia. Barche da pesca, yacht, traghetti: una marea di legno e metallo mossa da un solo impulso, quello di riportare a casa chi rischiava di morire. Nessuno parlò di invasione. Nessuno gridò al cavallo di Troia. Perché lì, il nemico era chiaro. E la salvezza, altrettanto.
Ma Gaza non è Dunkirk. Qui il nemico cambia nome ogni giorno, e la salvezza si mescola alla propaganda. Le navi che si avvicinano non portano solo viveri, ma anche simboli. E i simboli, si sa, pesano più del carico.
Allora mi chiedo: cosa distingue una flotta umanitaria da una provocazione? L’autorizzazione? Il contenuto? L’intenzione? O forse il contesto, quel groviglio di storia e mitologia che rende ogni gesto sospetto?
Temo anche le navi, quando portano speranza. Perché — in certi luoghi — la speranza è un lusso che si paga caro.
E io, per ora, mi fermo alla lettera D. DUBBIO.
Mentre cerco di dipanare i dubbi che scorrazzano nella mia testa come le bighe di Ben Hur, altre cose succedono in Italia. Cortei, striscioni, slogan. Premesso: hanno buoni intenti, portano speranza a un popolo in difficoltà. È nobile. Ma che utilità hanno?
Bloccheranno tutto — università, scuole, strade — e sorvolando ciò che direbbe mio padre (“ogni scusa è buona per non studiare”), mi chiedo: qual è lo scopo? E soprattutto: cosa gliene frega a Gaza?
Non è cinismo. È dubbio. Perché, se la solidarietà si trasforma in rituale, se il gesto perde il senso e diventa solo rumore, allora non è più aiuto. È teatro.
E se qualcuno usasse quelle manifestazioni per fare cose brutte? Lo so, sono paranoico.
MA HO MEMORIA!
Ricordo Genova, 2001. I cortei per il G8, le bandiere, gli slogan. E poi i Black Bloc, le infiltrazioni, le vetrine in frantumi, il caos. Bastò una scintilla — e la protesta diventò pretesto. E allora mi chiedo: posso aver paura?
Considerando che oltre un terzo della popolazione italiana è analfabeta funzionale, posso aver paura?
Posso temere che la rabbia, la confusione, l’ignoranza si mescolino in un cocktail esplosivo? Che il corteo diventi gregge, che lo slogan diventi dogma, che il pensiero critico venga travolto da un’onda emotiva?
Mi concedete di aver paura? Non chiedo certezze. Chiedo solo il diritto al dubbio. Perché il pensiero, quando è solo, ha bisogno di silenzio. Ma quando è circondato, ha bisogno di coraggio.
Non sempre parlare è un dovere. A volte, il gesto più onesto è tacere. Non per vigliaccheria, ma per rispetto.
Viviamo in un tempo in cui il silenzio è sospetto. Se non parli, sei complice. Se non ti schieri, sei nemico. Se non urli, non esisti.
Ma io non voglio esistere a forza. Voglio pensare. Voglio ascoltare. Voglio camminare in punta di piedi.
L’intellettuale non è un megafono. È un sismografo. Non amplifica. Registra.
Registra le crepe, le vibrazioni, i tremori. Non sempre interviene. A volte, si limita a sentire.
E io sento. Sento che il rumore è troppo. Che la parola è inflazionata. Che il pensiero, quando è solo, ha bisogno di silenzio. Ma quando è circondato, ha bisogno di coraggio.
Io non so. E non sapere, oggi, è un lusso. Un atto di resistenza.
“Cogito, ergo sum” – Penso quindi esisto. – , scriveva Cartesio. Ma io, oggi, preferisco Socrate: οἶδα οὐκ εἰδώς — So di non sapere.
E nel non sapere, cammino. In punta di piedi.
Colui che scrive lo fa con la voce di chi non cerca risposte facili.
Il suo pensiero cammina tra le rovine del mito e le contraddizioni del presente, con la grazia di chi sa che il dubbio è più nobile della certezza.
Visto che ci piacciono tanto le citazioni letterarie, mi giunge alla mente la collocazione per Dante degli ignavi. Ricordi?
Quindi?
Ti poni un dubbio, per carità – legittimo -, su una manifestazione, una presa di posizione, un’azione, una spedizione. Tutte parole che derivano o contemplano il fare, il muoversi.
La stasi, soprattuto di questi tempi, è morte. Non credo, visti anche i risultati di una finta democrazia manipolata, che l’assenza di presa di posizione e il non agire, possano veramente avere dignità oggi come oggi. Chi guida è marcio, corrotto, distorto, e lasciare tutto in mano a loro è ciò che oggi respiriamo nella follia di questi tempi. Il popolo ha il diritto e il dovere di esprimersi, di incazzarsi di prendere posizione per il suo bene.
Dubitare è giusto, ma sei solo a metà dell’opera. Deve seguire poi la convinzione. Sbagliare per le proprie azioni e dichiarazioni, è più nobile del silenzio. Correggersi e ricredersi è più dignitoso che muovere i dubbi in cerca di luce.
Se il programma carica, carica e poi non parte mai, che senso ha usarlo?
Grazie per la riflessione. Hai ragione: il fare è necessario. Ma io non credo che il pensiero sia stasi. Il pensiero è movimento lento. È il passo prima del passo. E in tempi di urla, di slogan, di posizioni gridate, io rivendico il diritto a camminare piano.
Il programma carica, sì. Ma non è bloccato. Sta leggendo, sta scrivendo, sta cercando di non diventare un altro megafono. Perché se tutti partono senza pensare, il rischio non è solo l’errore. È la ripetizione dell’errore.
Io non mi sottraggo. Mi espongo con il dubbio. E se sbaglio, lo farò con le parole. Non con le pietre.
Mi trovi d’accordo, anzi di più. Chi mi conosce bene sa che sono un “diesel”, e spesso è oggetto di scherno, proprio perché di indole sono riflessivo. Quindi, seguo in pieno il tuo ragionamento e lo rispetto, oltre al fatto che – sempre per indole – non mi vedrai mai scagliare una pietra, almeno per primo. Proprio per questo motivo, ragiono, procedo lento, non scaglio per primo.
Però sono consapevole dei tempi, della lentezza, del vantaggio che dò sugli altri, su chi è al potere e ha voce, perché famelico, perché – mentre ragionavo su altro – lui stava già bello focalizzato con lungimiranza sul momento.
Ma tra il popolo, tra chi stimo e di certo non contesto con il suo essere pecora, non mi sento di schierarmi contro. Anzi, mi vergogno quasi del mio essere lento, del mio essere forse anche codardo, mandandolo avanti spinto dall’ardore delle sue convinzioni (che poi tutto sommato so essere anche le mie per affinità). Quindi vediamola come una staffetta, se partiamo dopo in quanto lenti o per scelta, non per questo chi è già avanti sbaglia. Se partiamo lenti, in quanto più posati e riflessivi, non per questo la direzione è sbagliata. Il sole, cuoce, il tempo passa e l’acqua finisce. Nello scegliere tra nord, est, sud od ovest, rischiamo di morire immobili e coi pensieri.
“… Se tutti partono senza pensare”, scrivi. E se fosse un bias? Sei sicuro che non l’abbiano fatto? Sei sicuro che non stiano già avanti in quanto a fatti, posizioni e ragionamenti? Se fossimo riflessivi oggi perché distratti ieri? Se fossimo stati anche noi le pecore mansuete che pascolavano serene senza curarsi degli incidenti fuori dal recinto?
DImmi, che intendi? Se lasci una citazione a metà senza dare una spiegazione ciò che scrivi lascia iltempo che trova.
Grazie per il riferimento a Dante.
Gli ignavi, certo: coloro che non scelsero, che non si sporcarono, che non lasciarono traccia.
Ma vedi, io non mi sottraggo.
Io scelgo il dubbio.
Scelgo di non gridare, di non semplificare, di non confondere il pensiero con la posizione.
L’ignavo non pensa.
Io, invece, penso.
E nel pensare, mi espongo.
Non con lo stendardo, ma con la domanda.
Se Dante avesse incontrato il dubbio come forma di resistenza, forse avrebbe scritto un canto in più.
Io, per ora, cammino.
Non tra i dannati, ma tra le crepe.
In punta di piedi.
Spiegati, sono curioso.