Grazie, e grazie soprattutto a ILDEBO che mi ha fatto scoprire una parola nuova “BIAS” e io che da perfetto giocherellone ha incominciato a canticchia la sigla di – Bia – la sfida della magia – prima di comprendere la tragicità del significato
Perché il bias non è incanto. È inclinazione. È distorsione.
E quando orbita attorno a un analfabeta funzionale, può trasformare il pensiero in trazione integrale verso il burrone.
Quello che scrivi è prezioso, perché non è una posizione: è una confessione.
E la confessione, quando è sincera, è già pensiero.
Anch’io mi sento lento. Anch’io temo di arrivare tardi.
Ma non credo che la lentezza sia codardia.
È solo un altro modo di camminare.
Chi parte per primo non sbaglia per forza.
Ma chi parte dopo non è per forza in errore.
E se è vero che il tempo cuoce e l’acqua finisce, allora forse il pensiero è proprio ciò che ci resta quando tutto evapora.
Tu parli di staffetta.
Io ci credo.
Ma solo se chi corre non pretende di essere l’unico a sapere dove si va.
Il dubbio non è un bias.
È un modo per chiedere: “Sei sicuro di aver pensato?”
Non per accusare, ma per camminare insieme.
“Di quella pira l’orrendo foco…” cantava Manrico, con la voce di Verdi e il cuore in fiamme.
Ma oggi, mi chiedo: quale pira stiamo accendendo?
E soprattutto: per cosa?
Lo sciopero generale si fa per:
- Stipendi da fame?
No. - Sanità pubblica al collasso?
No. - Scuole fatiscenti, trasporti indegni, pensioni da fame?
Nemmeno. - Per Gaza.
Che sia chiaro: il dolore di Gaza è reale. La solidarietà è nobile.
Ma se la pira si accende solo per ciò che è lontano, mentre in casa nostra il fuoco brucia sotto il tappeto, allora qualcosa non torna. - J. K. Rowling autrice di quella storia che fu e viene letta forse più della bibbia HARRY POTTER quando descrive la storia del mondo magico racconta — prima del Decreto di Riservatezza del 1670: “Chi aiuta un Babbano mette legna alla sua pira.”
Ecco, io temo che stiamo mettendo legna ovunque, senza accorgerci che la pira è la nostra.
Che mentre gridiamo per Gaza, qualcuno ci sta togliendo il gas, il medico, l’insegnante, il futuro.
Ho parlato con ILDEBO che, come me, cammina piano.
Un “diesel”, dice lui. Riflessivo, lento, schernito.
E mi ha detto: “Mi vergogno quasi della mia lentezza, mentre il popolo corre.”
Ma io non credo che la lentezza sia codardia.
È solo un altro modo di camminare.
E se è vero che il tempo cuoce e l’acqua finisce, allora forse il pensiero è proprio ciò che ci resta quando tutto evapora.
Tu parli di staffetta.
Io ci credo.
Ma solo se chi corre non pretende di essere l’unico a sapere dove si va.
Il dubbio non è un bias.
È un modo per chiedere: “Sei sicuro di aver pensato?”
Non per accusare, ma per camminare insieme.
Perché il pensiero, quando è solo, ha bisogno di silenzio.
Ma quando è circondato, ha bisogno di coraggio.